I selvaggi dirupi boscosi attraverso i quali si sviluppa il percorso, visti dal Pizzocco, 11/12/2016

Tra i monti di cacciatori, pastori e fuggitivi: La Cengia dei Contrabbandieri

27/11/2016

Gli inospitali Monti del Sole sono solcati da più cenge di quante se ne possano percorrere in una vita intera; alcune di interesse puramente alpinistico o paesaggistico, altre invece che attirano per il loro legame con vicende storiche e con la quotidianità della dura vita nei monti di un tempo. A quest’ultima categoria appartiene la Cengia dei Contrabbandieri, che taglia gli intricati dirupi a sud-ovest del Tornón di Peralora.

Un tempo rischioso passaggio di cacciatori e partigiani, dopo la creazione del Lago del Mis è rimasto il più diretto collegamento tra Casera Nusieda e Casera Nandrina, e da lì verso la zona di Gena Alta. Si tratta comunque di una traversata lunga e avventurosa, in cui l’orientamento preoccupa più dell’esposizione in sé, che pure è notevole in alcuni tratti: l’esile traccia si snoda per ripide pale boscose sospese sopra salti di roccia, talvolta confondendosi con le piste dei camosci che popolano la zona, e perdere la via in un contesto simile potrebbe costare molto caro.

Questa volta siamo in due: parlando con Michele di ritorno dalla Roa Bianca avevo scoperto che anche lui era interessato alla Cengia dei Contrabbandieri, e che era in cerca di un compagno con cui percorrerla. Così ci organizziamo e, dopo una rapida colazione al bar, partiamo alla volta della Valle del Mis, dove lasciamo una macchina presso il Bar Alla Soffia per poi dirigerci con l’altra al piccolo abitato di Le Rosse Alte. Qui ha inizio la nostra traversata.

Il Monte Sperone e il Pizzocco, salendo a Casera Nusieda

Il cielo è meno sereno di quanto vorrei, e l’erba è bagnata per la pioggia dei giorni precedenti, ma il bollettino dell’ARPAV è rassicurante e decidiamo di andare lo stesso. Il Monte Sperone tiene valorosamente a bada un ammasso di nuvole che tenta di penetrare nella valle mentre ci inerpichiamo  nel bosco alla base del Piz de Vedana, tralasciando presto il bivio per quest’ultimo e continuando dritti alla volta di Casera Nusieda. Il sentiero è piuttosto docile per gli standard della zona, e accompagnati da magnifiche visioni della Val Falcina che filtrano a tratti tra le nubi e la vegetazione raggiungiamo senza penare troppo l’ameno prato in cui sorge la casera.

Casera Nusieda

Diversamente dallo spartano Bivacco Valdo, unico altro punto d’appoggio del gruppo montuoso, questa è sorprendentemente accogliente e attrezzata, una serena oasi di civiltà che già di per sé costituirebbe una degna meta escursionistica con un ottimo panorama sulle propaggini settentrionali delle Alpi Feltrine. Una breve pausa per riprendere fiato e mangiare una barretta e ci rimettiamo in marcia lungo il buon sentiero che si dirige ad ovest da dietro alla casera.

L’ambiente si fa gradualmente più impervio, mentre ci lasciamo alle spalle un paio di costoni boscosi e iniziamo a calare verso il fondo della Val Nandrina. Siamo già in vista della Cengia dei Contrabbandieri sull’altro fianco della valle, una linea d’erba e mughi sospesa tra bianche pareti di roccia a picco. Attraversiamo un paio di torrentelli e arriviamo a una bella cascata. Mi ritrovo improvvisamente faccia a faccia con un grosso camoscio, il tempo di capire cosa sta succedendo ed è già schizzato via nel bosco.

Il tratto chiave della cengia

Doppiamo un ultimo sperone erboso e siamo all’imbocco della cengia, che inizia subito con un passaggio stretto ed espostissimo su terreno friabile e umido, reso praticabile da un provvidenziale cavo metallico e da una rozza passerella di tronchi, sulla cui robustezza è meglio non interrogarsi troppo. Michele decide di imbragarsi e usare la longe per autoassicurazione come set da ferrata improvvisato, e io seguo il suo esempio. La sicurezza offerta dalla fettuccia statica è probabilmente solo psicologica, ma è pur sempre meglio di niente.

Superato con molta attenzione questo breve ma emozionante tratto attrezzato, continuiamo oltre lungo la cengia adesso un po’ più agevole, ma sempre alta sopra salti rocciosi che impongono prudenza e piede fermo. Rientriamo nel bosco, seguendo fedelmente i tagli di rami e i rarissimi ometti che ci portano a costeggiare il basamento meridionale del Tornón di Peralora, ancora vicini alle pareti. Il pronosticato miglioramento del meteo si fa ancora attendere, anzi! Una coltre di nubi basse sempre più fitta avvolge i monti circostanti e i fitti boschi di latifoglie che attraversiamo, complicando ulteriormente l’orientamento già piuttosto problematico.

Sul cengione

Arrivati in prossimità di una fascia rocciosa biancastra del Tornon iniziamo a calare per ripidi canalini erbosi resi delicati dalla loppa bagnata, aiutandoci con i rami degli arbusti come necessario, per poi riprendere a traversare verso i ruderi di Casera Nandrina Alta, ancora distante. Proseguiamo lungo la traccia non sempre evidente, alla costante ricerca di un rassicurante ramo tagliato. Ad un certo punto, proprio in corrispondenza del primo segno rosso in tutto il percorso, la traccia si perde nell’erba.

Casera Nandrina Alta

Dopo qualche ricerca, Michele la ritrova scendendo direttamente per l’erto pendio di loppe e trovando più sotto un taglio di rami che ci conferma la direzione. Un’ultima traversata in moderata discesa e – lasciata sulla destra la traccia che sale al Col de Fóia – guadagniamo l’intricato bosco di noci che circonda Casera Nandrina Alta, che l’autunno inoltrato e il cielo cupo rendono decisamente spettrale. La casera, sfruttata come base dai partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale, è attualmente abbandonata e in cattivo stato, buona solo come ricovero di emergenza. Tuttavia, marca il punto in cui il percorso si fa meno ostico, e questa consapevolezza mi fa sentire stranamente sollevato alla vista del rudere fatiscente.

Rocce “arrugginite”

Ripartiamo alla volta del Piscalór, prossimo punto di passaggio. La via si fa più evidente, la vecchia mulattiera doveva essere in passato un’importante via di collegamento, ed è tuttora abbastanza agevole. Passiamo di fianco a una parete butterata che in alto si inarca a formare dei suggestivi strapiombi, attraversiamo un canalone sotto a delle rocce macchiate da curiosi licheni rossicci e continuiamo per la faggeta, dove la traccia si fa un po’ più incerta ma sempre sufficiente. Saliamo su per un colle e arriviamo alla radura di Casera Mioranza, al Piscalór. Non è aperta agli escursionisti, ma gli alberi di melo nel cortile ci offrono un gradito spuntino.

La bassa Val Sófia, conformata a stretta forra

Siamo praticamente fuori dalle difficoltà: non manca più molto a Gena, e Michele conosce già la parte rimanente di sentiero. Scendiamo di buon passo verso la Val Sófia, sul fondo della quale troviamo un ponticello in cemento piuttosto stretto che ci permette di attraversare il canyon e raggiungere la destra idrografica. Da lì il sentiero continua fino a immettersi nella strada asfaltata per Gena Alta, che seguiamo in discesa fino al bar e alla macchina.

Recuperiamo la seconda auto, una birra fresca per celebrare e ci avviamo verso casa, dopo esserci ripromessi di tenerci in contatto per altre escursioni nelle settimane che verranno. Quanto a me, non sono ancora sazio di cenge, e la mattina dopo mi ritrovo nuovamente con lo zaino in spalla tra loppe secche e cacche di camoscio. Ma quella è una storia per un altro giorno.

 

I selvaggi dirupi della Val Nandrina, visti dal Pizzocco
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