La Torre di Pescors all'alba da Cima Tanzon, 28/04/2018

Se non riesce alla prima, provaci ancora: Torre di Pescors 1950 m

La Torre di Pescors è l’estetica zanna con cui termina l’insieme caotico di guglie e pilastri a canne d’organo che sostengono la spalla erbosa della Pala Bassana, lungo la cresta orientale del Pelf. Una vetta secondaria e dalla quota modesta, che tuttavia cattura lo sguardo e l’immaginazione grazie alla sua sagoma ardita e rapace e all’esclusività della sua vetta, custodita da una via normale breve ma piuttosto selettiva, sia per la pura difficoltà tecnica che per il terreno insidioso su cui si svolge. Pur essendo nel complesso più rocciosa e “convenzionale” della normale al Sass de Mel poco distante, impegna maggiormente dal punto di vista tecnico e richiede comunque dimestichezza con il complesso mix di roccia e ripidi verdi tipico delle cime che orlano la conca di Cajada.

19/05/2018

Le nuvole si stanno già radunando attorno al Pelf mentre avanziamo lungo la traccia che porta alla base della Torre. Non ce ne curiamo troppo: il meteo dei giorni scorsi è stato piuttosto instabile, ma per oggi non sono previste precipitazioni. È la prima volta che vado a scalare con Marco, e mi sento abbastanza fiducioso. La difficoltà tecnica della via è alla mia portata e il socio, per quanto non molto esperto, sembra una persona prudente e con la testa sulle spalle.

Sotto alla Torre di Pescors

Siamo quasi sotto la Torre, quando con immensa sorpresa ci rendiamo conto di esser stati raggiunti da un nutrito manipolo di scalatori diretti verso la medesima meta. Ben sei persone, perlopiù volti noti; non siamo in molti ad andare in cerca di rogne per questi luoghi e ci conosciamo un po’ tutti, se non personalmente almeno di fama. Quattro cordate che puntano alla Torre nella stessa giornata, un piccolo record per una vetta che di norma ne vedrà altrettante in un decennio. Dopo aver scambiato qualche chiacchiera lasciamo passare avanti le altre cordate, più veloci, e intanto che aspettiamo ci prepariamo e mi studio il passaggio chiave, un breve muretto verticale di rocce inerbate di III grado in buona esposizione sopra al ripidissimo pendio di loppe che sale dall’attacco.

Il passaggio chiave di III

Quando arriva il mio turno mi rendo conto che il passaggio, già non banale di per sé, è ancora umido dalla pioggia dei giorni precedenti e sporco di fango. Decido di salire comunque. Gli appigli buoni latitano, i piedi faticano a trovare una posizione stabile sulle rocce viscide e ricoperte di erba scivolosa. Il tempo di urlare un avvertimento a Marco e mi scollo dalla parete, ritrovandomi appeso al vecchio chiodo arrugginito che protegge il passaggio chiave mentre il socio mi trattiene, probabilmente più scosso di me. Più che il fisico è l’orgoglio ad essere ammaccato, ma decidiamo all’unanimità che non è giornata ed è meglio rimandare, anche alla luce della pioggerellina leggera che ha iniziato a cadere nel frattempo. Mi faccio calare fino all’attacco, dove aspettiamo il ritorno delle altre cordate, quindi scendiamo mestamente verso la conca di Caneva per le ripide pale erbose, sotto una pioggia sempre più fitta.

In discesa verso il Circo di Caneva

10/10/2018

Raggiungiamo Forcella Col Torond nell’aria ormai tiepida del tardo mattino. Non piove da giorni e dopo mesi di attesa sembra che sia giunto il giorno propizio per tentare nuovamente di espugnare la torre con Marco, forti dell’esperienza di un’estate passata a scalare e fare escursioni insieme. Il cielo freddo e terso della notte ha depositato sui prati una copiosa rugiada, indugiamo lungo l’avvicinamento aspettando che il sole la asciughi. Seguiamo la labile traccia di camosci che dalla forcella si snoda appena sotto cresta verso il nostro obiettivo, tagliando qualche ramo dove è più imboscata, e arriviamo sotto alla Torre di Pescors che si è fatto mezzogiorno.

Lungo la traccia di avvicinamento

Un vecchio chiodo dall’aspetto artigianale segna il punto d’attacco, alla base della ripida rampa erbosa che sale alla forcella che stacca la Torre dal corpo principale della Pala Bassana. Dopo parecchi minuti passati a frugare tra le fessure piene di terra riusciamo ad integrarlo con un secondo chiodo un po’ dubbio e due Tricam ben piazzati, ottenendo una sosta soddisfacente se non proprio da manuale. Ci leghiamo e inizio ad inerpicarmi per le loppe quasi verticali, dopo aver poco saggiamente lasciato all’attacco il mio zaino per non portare peso superfluo. Sono solo tre tiri, non c’è niente che possa andare storto, no?

I primi metri sono i più delicati, una sorta di II grado su erba impossibile da proteggere. Raggiungo la cengetta alla base del passaggio chiave, dove finalmente posso piazzare le prime protezioni per rinforzare il chiodo che mi aveva salvato la vita la volta scorsa. Mi preparo psicologicamente e affronto l’ostico salto di roccia. Al muretto iniziale più atletico fa seguito un infido canalino di roccia e terriccio con erba. Anche stavolta un piede perde l’appoggio sul terreno scivoloso, trovandone un altro appena sotto che mi consente di ritrovare l’equilibrio. Infilo un friend in una fessura per scaramanzia e riprendo a salire con più decisione, sfruttando come appigli sia le rocce che i ciuffi d’erba secca. Una grossa clessidra con cordone segna la fine della parte più rognosa della salita, ancora un tratto facile su erbe esposte e improteggibili e sono al robusto abete della sosta, da cui mi preparo a recuperare Marco. Quando mi raggiunge in sosta è piuttosto turbato, mentre recuperiamo le energie parliamo del passaggio appena superato, ben più impegnativo di quanto il grado ci avesse fatto supporre. Penso soddisfatto che il peggio è già passato, ormai è praticamente certo che arriveremo in vetta.

In sosta dopo il primo tiro

La rampa di roccette fino alla forcella è facile e si potrebbe anche affrontare senza assicurazione, ma dato che siamo già legati decidiamo di salirla con un breve tiro di corda, se non altro per non doverla ammatassare di nuovo. In forcella soffia un vento gelido che mi fa rimpiangere la giacca lasciata nello zaino più in basso. Marco tira fuori un provvidenziale k-way dalle profondità del suo zaino arancione e me lo offre, gentilissimo come sempre. Attrezziamo una sosta sommaria su uno spuntone e riparto per l’ultimo tiro.

La torretta finale, 35 m dal I al II+

Rocce ripide ma inaspettatamente solide e ben appigliate si alternano a tratti più erbosi ed appoggiati; tra spuntoni, tasche e fessure riesco a proteggere il tiro senza troppi problemi e l’arrampicata, per quanto esposta, è decisamente divertente e godibile. Raggiungo la base del breve camino verticale appena sotto alla cresta di vetta, leggermente più impegnativo del resto del tiro. Infilo il fido Tricam rosa in un anfratto che sembra fatto apposta per accoglierlo, pensando un po’ divertito che da quando l’ho aggiunto all’imbrago quell’umile pezzetto di alluminio mi è tornato utile in quasi ogni scalata, quindi risalgo il camino con qualche passaggio un po’ faticoso ma su roccia eccellente. Poco sopra trovo il mugo della sosta, e in breve io e Marco muoviamo gli ultimi passi lungo l’affilata crestina finale.

Nonostante il panorama notevolissimo, la foschia in lontananza rende la giornata poco adatta per fare foto, ma non importa. Abbiamo raggiunto un obiettivo a cui tenevamo e la soddisfazione è davvero tanta. Un progresso niente male, per una cordata nata pochi mesi fa! Sebbene l’ora inizi a farsi tarda ci concediamo una pausa sul cucuzzolo risicato della vetta. Noto una seconda torre che si stacca dalla Pala Bassana alle nostre spalle, ancora più alta, ancora più aguzza, ancora più scorbutica, forse mai raggiunta da un essere umano… chissà, magari prima o poi.

La torre innominata alle nostre spalle

Torniamo all’alberello della sosta dove attrezziamo la prima calata. Le corde si attorcigliano in ogni modo fisicamente possibile quando le lancio, costringendomi a sbrogliarle poco per volta durante la discesa, mentre il sole scende inesorabile dietro alla parete del Pelf. Inizio a essere un po’ preoccupato, ci manca ancora una calata per tornare a terra e se le corde si incagliassero sulle rocce articolate durante il recupero ci toccherebbe quasi sicuramente attrezzarla al buio. Logicamente, ho lasciato la frontale nello zaino cinquanta metri più in basso; se non altro ho in tasca la piccola torcia a led che tengo sempre addosso per le emergenze. Arrivo in forcella e do il via libera a Marco che inizia a calarsi, tribolando con la corda che fatica a scorrere nel discensore. Non ci mette poi molto a raggiungermi, ma col buio che incalza sembra un’eternità. Mentre lo aspetto mi accorgo di un curioso roccione presso la forcella. Rido tra me, un coniglietto…

Marco alle prese con la prima calata

Per recuperare le corde l’attrito è notevole, ma misericordiosamente non si incastrano mai del tutto e riesco ad armare l’ultima doppia dall’abete sulla rampa pochi minuti prima che diventi buio. Mi sporgo dal ciglio strapiombante, ormai sono a mio agio con le calate ma vedere il suolo trenta metri abbondanti più in basso fa sempre un certo effetto. Cerco di non pensarci troppo e continuo a scendere fino al bordo del tetto a metà parete. Lo oltrepasso e sono nel vuoto, sospeso dalle due corde che attorcigliandosi mi fanno roteare su me stesso mentre continuo a calarmi, ormai con le spalle alla parete, mentre ammiro il tramonto sul Serva da un punto d’osservazione decisamente insolito. Appena tocco terra corro a recuperare lo zaino con la frontale pochi metri più in là, quindi aspetto che Marco si cali e mettiamo via l’attrezzatura alla luce delle torce. Tornare fino al sentiero in mezzo all’oscurità e alla nebbia della sera si rivela niente affatto banale, le pale erbose sotto alla torre sono prive di tracce e i punti di riferimento scarseggiano sul terreno abbastanza uniforme. Ci aiutiamo come possiamo con bussola e altimetro e finalmente riusciamo a incrociare la traccia di camosci percorsa all’andata, seguendo la quale raggiungiamo senza ulteriori intoppi il sentiero che ci riporta fino al Pian de Cajada.

La Torre di Pescors dai pressi di Casera Caneva.
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2 commenti su “Se non riesce alla prima, provaci ancora: Torre di Pescors 1950 m

  1. Ciao Tommaso,

    mi chiamo Alessandro e ti devo dire subito che mi ritrovo molto con il tuo modo di andare in montagna: non a caso molte mete presenti in questo blog sono state anche le mie; altre mi piacerebbe un giorno provarle, ma penso sia forse al di sopra delle mie (scarse) possibilità. Volevo chiederti una cosa, leggendo la relazione del Sass de Mel (dove però ho trovato chiusa la finestra per lasciare commenti) hai menzionato l’utilizzo dei ramponcini da prato: che modello/marca usi? Non sono mai riuscito a trovarne di soddisfacenti. Spero potrai darmi un consiglio, dato che in alcuni percorsi ne ho sentito la necessità ma ne sono sprovvisto. Buone montagne (o meglio… ravanate).

    Alessandro

    1. Ciao Alessandro! Strano che i commenti siano chiusi sull’articolo del Sass de Mel, controllerò.
      Per andare su erba uso un paio di ramponcini a sei punte della Salewa, con allacciatura a cinghie come i normali ramponi universali.
      Conosco gente esperta che usa ramponcini a quattro punte (quelli che prendono solo il centro del piede, per intenderci) e altri che usano quelli a catenelle con fascione in silicone, ma a me personalmente danno poca sicurezza e li eviterei.
      Anche dei normali ramponi da ghiaccio a 12 punte sono perfettamente sicuri sull’erba, e spesso li uso a inizio primavera quando potrei trovare ancora neve dura oltre all’erba ripida, però sono più pesanti e scomodi e soprattutto rendono più delicati i passaggi su roccia se non sei abituato a scalare con i ramponi ai piedi, mentre quelli a sei punte lasciano l’avampiede libero e permettono di usare la suola dello scarpone in arrampicata.
      Ce ne sono vari modelli simili, e mi sembrano grossomodo equivalenti come prezzo e funzionalità, vedi quali riesci a procurarti più facilmente! Tieni presente che non vengono venduti come “ramponcini da erba”, ma come ramponcini da escursionismo per utilizzo su neve poco pendente.
      Scrivimi pure se hai bisogno di altre informazioni!

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