La cresta che congiunge Cima Leadicia al Burlaton, dalla vetta di quest'ultimo.

Due giorni per greppi con l'Orso Gongo: In cresta dal Burlaton a Cima Leadicia

Da due anni a questa parte Ongo organizza in giugno la Greppata, un’escursione di due giorni nel suo stile ardimentoso e fortemente esplorativo, nella zona grigia tra escursionismo e alpinismo fatta di passaggi esposti da camosci, terreni insidiosi e arrampicata facile ma delicata spesso in ambiente vegetominerale. L’itinerario proposto per l’edizione di quest’anno era la traversata da Casera Senons a Casera Charpin passando per la cresta erbosa che congiunge il Burlaton a Cima Leadicia e separa il Canal Grande di Meduna dalla Val del Vuar e dal Canal Piccolo, tornando indietro il giorno successivo per il vecchio sentiero CAI 393 – dismesso da decenni – che corre sulle sponde del Canal Grande. Come dice Giorgio, un’avventura degna di essere raccontata ai nipoti.

La panoramica parte iniziale del Zengion.

Il richiamo dell'abisso: Il Zengion del Col Pizzon

— E se metti male un piede, cosa fai?

— Un cratere, suppongo.

Mentre ripenso al discorso con mia madre la sera prima, striscio centimetro dopo centimetro lungo l’esile scampolo d’erba secca che mi separa dalla Val Pegolera qualche centinaio di metri più in basso. È il passaggio chiave del Zengion: un arditissimo passo del gatto da affrontare carponi sotto la parete strapiombante, la cengia – già ostica e pericolosa nel complesso – ridotta a misera cornice su un baratro di loppe verticali. Abbiamo una corda, ma in mancanza di un ancoraggio solido non servirebbe a nulla: qui contano solo il piede fermo e il sangue freddo. Mi rialzo in piedi, sorrido a Michele che sta filmando. Sono passato.

Il Pelmo dalla cengia

Davanti al Caregon del Padreterno: Sulle cenge del Penna, 2196 m

Sopra Zoppè di Cadore svetta immenso il Pelmo, a mio parere il monte più maestoso di tutte le Dolomiti, definito appropriatamente il Caregon del Padreterno. Il modesto e pianeggiante Monte Penna giace prostrato di fronte ad esso, ulteriormente sminuito da tanta imponenza; se il Pelmo è il trono, il Penna si può definire il poggiapiedi, per estendere il paragone. Eppure oggi la mia meta è proprio lui: questo monte a prima vista così poco interessante ha da offrire un esteso sistema di cengioni erbosi, regno di camosci, che si sviluppa lungo i versanti ovest e sud facendo da spettacolare balcone panoramico su tutti i principali gruppi montuosi della zona.

I selvaggi dirupi boscosi attraverso i quali si sviluppa il percorso, visti dal Pizzocco, 11/12/2016

Tra i monti di cacciatori, pastori e fuggitivi: La Cengia dei Contrabbandieri

Gli inospitali Monti del Sole sono solcati da più cenge di quante se ne possano percorrere in una vita intera; alcune di interesse puramente alpinistico o paesaggistico, altre invece che attirano per il loro legame con vicende storiche e con la quotidianità della dura vita nei monti di un tempo. A quest’ultima categoria appartiene la Cengia dei Contrabbandieri, che taglia gli intricati dirupi a sud-ovest del Tornon di Peralora. Un tempo rischioso passaggio di cacciatori e partigiani, dopo la creazione del Lago del Mis è rimasto il più diretto collegamento tra Casera Nusieda e Casera Nandrina, e da lì verso la zona di Gena Alta. Si tratta comunque di una traversata lunga e avventurosa, in cui l’orientamento preoccupa più dell’esposizione in sé, che pure è notevole in alcuni tratti.

Roa Bianca dalla Val dei Forti - 30/10/2016

Problemi di orientamento e incontri inattesi: Val del Burt e Roa Bianca (quasi)

Procedo lentamente sotto le pareti della Roa Bianca, roccia nuda e butterata addobbata con festoni di mughi e ghiaccioli scintillanti. Il Portelin de l’Egua si staglia contro il cielo al culmine di questo valloncello erboso dimenticato, nemmeno degno di un nome sulla Tabacco, frequentato dai pochi che ambiscono a questa cima secondaria. Il clima insolitamente freddo di questi giorni, che ha risparmiato la Val Falcina e la parte bassa della Val del Burt, è stato meno caritatevole su questo versante ombroso: le loppe spuntano qua e là dalla poca neve, e le rocce sono ricoperte di infido vetrato. La traccia nell’erba che sto seguendo è l’unico segno di presenza umana; l’unico rumore, lo scricchiolio lieve dei miei passi sul nevischio intervallato dall’occasionale caduta di qualche ghiacciolo. Un’orma di scarpone nella neve rompe l’ incanto e stuzzica la mia curiosità: che qualcun altro stia vagando proprio oggi per questi luoghi solitari? E com’è possibile che mi stia precedendo, se lungo tutto il percorso non ho incontrato nessuno? Alla mia partenza il parcheggio dell’area pic-nic era deserto, e non conosco altre vie d’accesso alla valle. Accelero il passo verso la forcella.

Cima della Gardesana da Le Forzelète

Monti solitari e malinconia autunnale: Cima della Gardesana, 2446 m

Il possente torrione della Cima della Gardesana si erge al confine tra la Val Zoldana e l’ Agordino, dividendo con la sua cresta e la Cima de le Forzelete l’ erboso circo glaciale del Van de la Gardesana dalle sterminate ghiaie del Vant de le Forzele più in basso a nord. Sembra una cima poco frequentata, forse anche a causa dell’ avvicinamento lungo e faticoso, ma offre una salita piuttosto divertente e una grande varietà di panorami, dalle vicine cime del gruppo del S. Sebastiano – Tamer ai giganti delle Dolomiti in lontananza. La via normale, che segue in buona parte la cresta nordest, si svolge per cenge e canalini friabili e talvolta esposti ma non molto difficili, presentando come massima difficoltà uno o due passaggi attorno al II grado.

L'alta Val Sófia

Primo contatto con i Monti del Sole: Forcella Zana per la Val Sófia, 1670 m

Arrivano i primi giorni di freddo a imbiancare le cime più alte delle Dolomiti, segnalando l’ inizio del periodo più propizio per l’ esplorazione di un gruppo montuoso che mi affascina da tempo: i selvaggi Monti del Sole dell’ Agordino. Cime basse e semisconosciute, orrendamente selvagge e dirupate, frequentate da pochi amanti del genere che affrontano dislivelli brutali, orde di zecche e difficoltà spesso al limite dell’ alpinismo per esplorare le cenge e le forre di cui la zona è ricca. Come meta di questa prima incursione, mi serve qualcosa di relativamente facile – nei Monti del Sole non esiste nessun percorso davvero facile – e che mi permetta di osservare dal vivo un buon numero di cime, valli e forcelle per poter interpretare più facilmente le mappe e le indicazioni per i miei vagabondaggi futuri. La scelta cade su Forcella Zana.

Il caratteristico gendarme della Val de le Barache

Gracchi e baracche: Cristallino di Misurina, 2775 m

Il Cristallino è profondamente segnato dall’ azione umana, essendo stato teatro di aspri combattimenti durante il primo conflitto mondiale. Qua e là spuntano resti di fortificazioni e residuati bellici, e buona parte della salita si svolge per tracce ripide ma visibilmente addomesticate dalla mano umana. Non è una montagna particolarmente divertente per chi come me apprezza l’ occasionale passaggio su roccia, ma i panorami grandiosi – sia durante la salita che ancora di più dalla vetta – tengono vivo l’ interesse e la rendono estremamente remunerativa.

Sotto le crode degli Sfornioi

Sui passi dei camosci: Il Viàz del Fonch

Nel Bellunese, il termine “viàz” indica percorsi generalmente in cengia utilizzati dai camosci nei loro spostamenti e dai cacciatori che davano loro la caccia nei tempi passati. Sono itinerari solitamente molto esposti e di difficile orientamento, su terreno infido e difficilmente proteggibile, che spesso presentano passaggi da superare arrampicando.
Uno di questi percorsi è il Viàz del Fonch, che corre per cenge lungo le pareti degli Sfornioi, alto sopra la Val Bosconero prima e la Val Campestrin poi, collegando Forcella Ciavazòle con Forcella del Matt.

Il Monfalcon di Forni dalla Forcella del Leone

Scalare i castelli di sabbia: Monfalcon di Forni, 2453 m

Le Dolomiti non sono famose per la qualità della roccia di cui sono composte, e in mezzo a tale marciume gli Spalti di Toro e i vicini Monfalconi sono particolarmente famigerati per la loro precarietà. Gli immensi ghiaioni che ricoprono le pendici di questi monti testimoniano la costante azione erosiva a cui essi sono sottoposti, che li rende tanto belli da ammirare, con le loro guglie aguzze, quanto problematici da scalare. Il Monfalcon di Forni non fa eccezione: pur non essendo particolarmente difficile dal punto di vista tecnico (il passaggio chiave viene dato come II°/III-° in base alla relazione), la salita è complicata da pietre instabili e appigli da verificare scrupolosamente.