La panoramica parte iniziale del Zengion.

Il richiamo dell'abisso: Il Zengion del Col Pizzon

— E se metti male un piede, cosa fai?

— Un cratere, suppongo.

Mentre ripenso al discorso con mia madre la sera prima, striscio centimetro dopo centimetro lungo l’esile scampolo d’erba secca che mi separa dalla Val Pegolera qualche centinaio di metri più in basso. È il passaggio chiave del Zengion: un arditissimo passo del gatto da affrontare carponi sotto la parete strapiombante, la cengia – già ostica e pericolosa nel complesso – ridotta a misera cornice su un baratro di loppe verticali. Abbiamo una corda, ma in mancanza di un ancoraggio solido non servirebbe a nulla: qui contano solo il piede fermo e il sangue freddo. Mi rialzo in piedi, sorrido a Michele che sta filmando. Sono passato.

 

04/12/2016

Dopo aver affrontato la Cengia dei Contrabbandieri ho voglia di alzare il tiro, e propongo a Michele un percorso più ambizioso: il Zengion del Col Pizzon, sottile linea verde che taglia a metà parete tutto il versante meridionale del dirupato panettone roccioso che delimita a nordest il sottogruppo del Piz de Mezodì. Le relazioni a nostra disposizione lo descrivono come un itinerario impegnativo e molto esposto, anche se privo di reali difficoltà arrampicatorie; accantonato qualche dubbio iniziale decidiamo di fare almeno un tentativo. Se non ce la sentiremo di continuare potremo sempre tornare indietro da dove siamo venuti, ragioniamo.

Il Col Pizzon dalla Pala Bassa; si notano il Zengion e il percorso dei tralicci.

Così dopo la colazione di rito raggiungiamo l’azienda agricola Agre all’imbocco della Val Pegolera, dove un ripido sentierino abbastanza evidente si stacca dalla mulattiera che entra nella valle per risalire le pendici del Col Pizzon lungo il tracciato di una linea dell’alta tensione. Il bosco per il quale si snoda la traccia è già paurosamente scosceso, e lascia intuire il carattere di questo monte: pareti verticali soffocate dalla vegetazione su tutti i versanti, che concedono tregua solo verso la pianeggiante faggeta sommitale, dove ancora rimangono i resti di antichi alpeggi.

La traccia è buona e raggiungiamo agevolmente il Villino Zanella, spartana casupola adibita a bivacco in una radura già bene in vista dei dirupi rocciosi da cui inizia la cengia. Proseguiamo in salita nella faggeta lungo la traccia della normale, oltrepassando un passaggio roccioso agevolato da una passerella di tronchi malsicura. La normale continua verso destra aggirando dei salti di roccia, evidenziata da un bollo giallo sulle rocce. Qui la abbandoniamo salendo dritti nel bosco lungo la linea di massima pendenza, in arrampicata vegetominerale per ripidissimi canalini terrosi ingombri di arbusti. Possiamo solo sperare di essere sulla retta via: dovessimo tornare sui nostri passi, saremmo probabilmente costretti a calarci con la corda.

L’accesso alternativo al Zengion.

Arriviamo alla base delle rocce, dove i nostri dubbi vengono dissipati: siamo all’attacco della cengia, che si insinua tra le piante e le ghiaie alla nostra sinistra con tracciato inizialmente appena accennato, presto corroborato da qualche ometto e taglio di rami. Vediamo che la cengia continua ben marcata anche alla nostra destra, in direzione del percorso della normale, facendoci supporre l’esistenza di un secondo accesso più comodo oltre a quello diretto ma faticoso ed esposto che abbiamo sfruttato noi.

Dalla cengia, verso la Val Cordevole.

Si entra subito nel vivo, tagliando in quota erti pendii boscosi che impongono prudenza e passo sicuro; in breve la cengia diventa più rocciosa e ben definita, e la vegetazione si dirada un poco lasciando correre gli occhi per tutta la lunghezza della Val Pegolera, fino alla testata dominata dalle alte muraglie del Piz de Mezodì. Pur essendo già in discreta esposizione la cengia è agevole e non preoccupa troppo, consentendoci di dedicare parte dell’attenzione alle notevolissime attrattive naturali del luogo. Oltrepassiamo una sorta di antro formato da massi crollati, guadagnando il promontorio alberato che fa da preludio alla seconda parte della cengia, nettamente più impressionante e impegnativa.

Osserviamo il percorso davanti a noi, cercando di immaginare il percorso lungo la sottile fascia di prati inclinatissimi che taglia la parete quasi verticale e raggiunge il canale qualche centinaio di metri più avanti che segna l’uscita dalla cengia, mentre i dubbi iniziali riaffiorano prepotenti. Ci ripetiamo il mantra, si va avanti finché si riesce, e continuiamo oltre il promontorio calandoci nel fondo di un canalone roccioso profondamente inciso che precipita verso il fondovalle.

Michele va in avanscoperta sul primo passo del gatto.

Qui incontriamo la prima vera difficoltà. L’uscita dal canalone passa per un angusto passo del gatto di una decina di metri, molto stretto ed esposto ma in qualche modo protetto da alcuni alberelli. Michele va avanti qualche passo per valutare, poi torna indietro e tira fuori la corda. Mi offro di andare per primo, e mentre lui mi assicura striscio gattoni sulla cornice rinviando man mano la corda sugli arbusti e le radici che trovo, fino a trovare un albero adatto per la sosta dove tiro un sospiro e assicuro a mia volta Michele, che mi raggiunge di lì a poco.

Riprendiamo la marcia sotto parete, sempre su pendii orrendamente esposti dove un passo falso sarebbe fatale, ostacolati e al tempo stesso aiutati dalla vegetazione che ci costringe a una scomoda e delicata ginnastica tra i rami offrendo al contempo utili appigli per mantenere l’equilibrio. Siamo ormai prossimi alla fine della cengia. Davanti a noi, un aereo spigolo roccioso che nasconde un secondo canalone da attraversare. Anche qui la parete sbalza all’infuori, obbligando a passare carponi a una spanna dal precipizio. Questa volta, nessun albero in vista per legare la corda. È il passaggio chiave della cengia.

Lungo la seconda parte del Zengion. Foto di M. Tomè.

Impreco tra me e ripongo nello zaino i bastoncini e la macchina fotografica, che sarebbero solo d’intralcio e rischierebbero di danneggiarsi. Sciocco! Stai rischiando la pelle, e ti preoccupi per la macchina fotografica? Vedo che nel frattempo Michele è già passato, e mi aspetta dall’altra parte. Ormai siamo in ballo, tanto vale ballare: tornare indietro sarebbe ugualmente complicato. Spingo in secondo piano la paura, focalizzandomi totalmente sul momento presente e sul delicato gioco di equilibri. Un movimento alla volta, prestando attenzione alla consistenza del terreno e a mantenere una posizione stabile, cercando di non farmi sbilanciare dallo zaino pur alleggerito al massimo. E se metti male un piede? Una fugace occhiata in basso, verso quella voragine sterposa che mi inquieta e mi affascina insieme. Raggiungo un terreno più consono e mi rialzo in piedi. Anche questa è andata.

Continuiamo in cengia ancora per un breve tratto, arrivando su un’erta pala di loppe e alberi dove la traccia si perde a ridosso di un canalone roccioso caratterizzato da un grosso masso incastrato. Scendiamo giù per la pala calandoci verso il fondo del canalone, aiutandoci quando possibile anche con i rami, e percorriamo per qualche metro il canale verso valle fino a trovare un ometto alla confluenza con il ripido canalino erboso di uscita menzionato dalle relazioni.

La parte più esposta e spettacolare della cengia.

Lo risaliamo faticosamente oltrepassando un breve salto di roccia di I+, fino a dove il canale si apre in due rami e una cengetta esposta ma non troppo difficile in destra idrografica ci permette di abbandonarlo. Ci ritroviamo su una sorta di pulpito nel bosco, il Zengion appena percorso davanti ai nostri occhi e nonostante tutto difficilmente distinguibile tra le pareti verticali e l’intrico della vegetazione. Sull’altro versante della valle le ampie bancate mugose della Caza Grande si snodano sotto le ombrose pareti settentrionali dei Feruch. Chi sa, magari l’anno prossimo. Alla loro destra, vedo Forcella Zana dal suo lato più selvaggio e ostile, alta sopra i canaloni friabili sbarrati da difficili salti di roccia della Val de la Costa del Casòn.

Uscita dalla cengia per ripidi verdi. Foto di M. Tomè.

La prossima meta è la sella un centinaio di metri sopra di noi dove sorgeva un tempo il Mandrìz del Col Pizzon, da cui potremo ricongiungerci alla normale e tornare a valle con relativa facilità. Ci inerpichiamo per la linea di massima pendenza, costeggiando il canalone per verdi ripidissimi ed esposti dove gli alberi crescono troppo radi per aiutare la progressione. Mi aggrappo alle loppe e ai ciuffi di erica, faticando a trovare appoggi tra i sassi mobili e il terreno smosso. Lo sapevo io, la picca è come l’ombrello. Il giorno in cui decidi di non portarla, è quello in cui sarebbe stata utile. Dopo qualche decina di metri sfiancanti e adrenalinici il bosco diventa gradualmente meno pendente, e senza ulteriori difficoltà raggiungiamo i ruderi del Mandrìz.

Siamo finalmente su terreno conosciuto – Michele è già salito in vetta in passato – e possiamo rilassarci mentre percorriamo la placida faggeta portandoci in versante nordest, ammirando il panorama che si apre verso la Marmolada e le Pale di San Lucano quando il bosco si dirada. La discesa per la normale, pur non particolarmente difficile, si svolge comunque per terreno ripido e disagevole, a tratti esposto. La stanchezza e il calo di tensione si fanno sentire, ma non bisogna ancora abbassare la guardia.

Il Coro e la Spirlonga, scendendo dal Col Pizzon.

Lascio che Michele faccia strada e lo seguo con calma, fermandomi spesso per fare foto ai monti circostanti. Mi indica la Cima de la Giazza, e la Schiara con la Gusela che si mostra appena, e il solenne Van de la Rejina sul Monte Coro solcato dalle cenge, la sua mole compatta contrapposta allo slancio selvaggio della Spirlonga che lo affianca. Tanti luoghi meravigliosi a me ancora sconosciuti. Tornati al Villino Zanella facciamo una breve sosta, ormai fuori dalle difficoltà, per poi riprendere il cammino verso Agre.

La prossima volta potrei andare a fare una passeggiata per mulattiere, tanto per cambiare. Mentre lo penso, mi rendo conto di non prendere in giro nessuno. Tempo qualche giorno e sarò alla ricerca di un altro viàz, di un’altra cima ancora più selvatica. Non voglio rinunciare all’apprensione della sera prima, alla paura che mi tiene ancorato al qui ed ora e mi fa sentire maledettamente vivo, alla soddisfazione e al sollievo a impresa conclusa. Non riesco a ignorare il richiamo dell’abisso.

 

Panorama verso le Pale di S. Lucano. Si nota il Boral de la Besausega.
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